Grano tenero

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Classe: Monocotyledones
Ordine: Glumiflorae
Famiglia: Graminaceae (Gramineae o Poaceae)
Tribù: Hordeae
Specie: Triticum spp.

Francese: blè; Inglese: wheat; Spagnolo: trigo; Tedesco: Weizen.

Origine e diffusione

Il frumento sarà preso come prototipo nella trattazione dell’intero gruppo dei cereali microtermi: essi, infatti, sono simili e tra essi il frumento, soprattutto quello tenero rappresenta la specie di gran lunga più importante. Attualmente il frumento è il cereale più coltivato nel mondo: gli sono destinati oltre 224 milioni di ettari. Con il nome di frumento si intendono svariate specie di graminacee appartenenti al genere Triticum che furono tra le prime piante ad essere coltivate nell’era Neolitica. Nell’area geografica della mezzaluna fertile (vicino e Medio Oriente). Da questa regione i frumenti si sono evoluti e diffusi in tutti i paesi a clima temperato, del continente eurasiatico e africano e negli ultimi cinque secoli nei continenti di nuova scoperta (Americhe, Australia).
Le numerose specie di questo genere si sono evolute attraverso complessi meccanismi di ibridazione naturale che hanno portato ad assetti cromosomici molto diversi:
– Frumenti diploidi (2n = 14; genomi AA): Triticum monococcum (Piccolo farro);
– Frumenti tetraploidi (2n = 28; genomi AABB): T. dicoccum (Farro), T. durum (Frumento duro) e T. turgidum (Frumento turgido);
– Frumenti esaploidi (2n = 42; genomi AABBDD): T. spelta (Gran farro), T. aestivum L. (Frumento tenero).
Il Triticum monococcum, il T. dicoccum e il T. spelta sono chiamati grani vestiti perché il rachide si disarticola facilmente cosicché con la trebbiatura la granella resta vestita, essendo costituita da intere spighette, e per essere utilizzata richiede di essere sottoposta all’operazione detta “pilatura”, con la quale le cariossidi vengono separate dalla pula.
Gli altri frumenti sono detti “grani nudi” perché i loro granelli si liberano con grande facilità, non essendo il rachide disarticolabile.

Una tipica cariosside di frumento tenero si distingue da una tipica cariosside di frumento duro per l’aspetto opaco e la frattura non vitrescente, le minori dimensioni, la forma più arrotondata, l’embrione introflesso, la presenza di villosità all’estremità opposta a quella dell’embrione. Tuttavia il riconoscimento di cariossidi di frumento tenero in campioni di frumento duro presenta notevoli difficoltà e richiede grande esperienza, in particolare nel caso di alcune varietà di frumento tenero (es. Spada) i cui granelli hanno caratteristiche morfologiche più simili a quelle dei grani duri rispetto ad altre. (da www.ense.it)

Caratteri botanici

Cariosside.

Quello che comunemente viene chiamato “seme” dei cereali è in realtà una cariosside, cioè un frutto uniseminato, secco, indeiscente in quanto i tessuti del pericarpo sono concresciuti e saldati con quelli del seme.
La cariosside del frumento pesa da 35 a 50 mg, ha forma allungata, sezione trasversale da rotondeggiante a subtriangolare, ed è costituita dall’embrione (2-4% in peso), dall’endosperma (87-89%) e dai tegumenti o involucri (8-10% circa). L’embrione si trova ad un estremità della cariosside, non ha molta importanza dal punto di vista tecnologico-alimentare in quanto durante la macinazione va a far parte dei sottoprodotti, mentre ha un compito fondamentale per la riproduzione della specie. Infatti in esso sono già formati gli organi principali del futuro individuo.
L’endosperma costituisce la parte preponderante del granello ed è formato: a) da uno strato aleuronico esterno e b) da un parenchima interno, che ne rappresenta la quota maggiore, costituito da cellule ricche di amido e sempre meno dotate di sostanze proteiche man mano che si procede verso l’interno del granello.
D’importanza notevole nei confronti della qualità del prodotto e del suo impiego sono la consistenza e l’aspetto dell’endosperma che può apparire ambraceo, corneo, vitreo ovvero farinoso, bianco, tenero, secondo la specie, la varietà e l’ambiente di coltura.

Apparato radicale.

L’apparato radicale (del frumento e dei cereali in generale) è di tipo fascicolato. Si hanno radici embrionali o primarie; esse sono preformate nell’embrione, sono le prime a svilupparsi e servono alla pianta nel primo periodo del ciclo.
In seguito si affianca loro l’apparato radicale secondario o avventizio.
Questo si forma durante la fase di accestimento, in seguito allo svilupparsi di radici dai nodo basali, vicino alla superficie del terreno.
L’apparato radicale avventizio nel volgere di qualche settimana prevale sull’apparato embrionale che peraltro rimane vitale per tutto il ciclo, anche se poco sviluppato.
L’apparato radicale si espande a una profondità variabile in relazione al suolo e può giungere fino a 1,5 m e oltre.
Un buon radicamento è una condizione fondamentale per il buono sviluppo della coltura.

Fusto.

Il culmo (così è chiamato il fusto delle graminacee) è cilindrico, costituito da nodi ognuno dei quali porta una foglia, e da internodi internamente cavi, generalmente in numero di 7-9 secondo la varietà. Nella fase giovanile quando gli internodi non sono sviluppati, i nodi sono ravvicinatissimi ed il culmo, lungo pochi millimetri, non è ancora appariscente.
Ogni nodo ha un meristema che ad un certo momento del ciclo entra in attività provocando l’allungamento dell’internodo soprastante.
Gli internodi basali, che sono i primi ad allungarsi, sono più corti degli altri.
In generale, maggiore è il numero di nodi, e quindi di foglie, più lungo è il ciclo vegetativo della pianta.
L’altezza media del culmo ad accrescimento ultimato è di un metro circa nelle attuali varietà.
Il germoglio primario non resta unico. All’ascella delle foglie sono presenti e possono svilupparsi altri apici vegetativi che danno luogo a culmi secondari e terziari in numero maggiore o minore a seconda delle varietà e delle condizioni ambientali: è questo l’accestimento.
Apparato fogliare.
Il coleoptile è una foglia, la prima, che incappuccia la piumetta (o apice caulinare), perfora il terreno e protegge la piumetta stessa. La prima foglia vera dopo qualche giorno dall’emergenza, ossia dalla fuoriuscita dal terreno, perfora il coleoptile e inizia la fotosintesi.
Le foglie dei cereali sono inserite sui nodi del culmo, con disposizione alterna. Ogni foglia consiste della guaina e della lamina. La guaina è inserita sul nodo e abbraccia completamente ilo culmo; la guaina continua con la lamina, lineare, parallelinervia. Le foglie apicali sono le più sviluppate, l’ultima in particolare (foglia bandiera) dà il maggior contributo alla assimilazione del culmo.
Nella linea di intersezione della guaina con la lamina, all’interno c’è una formazione membranosa, prolungamento dell’epidermide interna della guaina, chiamata ligula, ai cui estremi si trovano due espansioni che abbracciano il culmo e sono dette auricole. La ligula e le auricole hanno notevole importanza per il riconoscimento delle varie specie di cereali allo stato vegetativo. Nel frumento le auricole sono pelose, la ligula è grossolanamente dentata e la guaina è glabra; nell’avena la ligula è glabra e sviluppatissima mentre le auricole mancano; nell’orzo le auricole sono molto grandi e abbracciano completamente il culmo, addirittura ricoprendosi.

Infiorescenza.

L’infiorescenza del frumento è una spiga composta terminale, comunemente detta spiga, costituita da un asse principale, o rachide, sinuoso, formato da corti internodi che, come s’è detto, possono essere resistenti alla disarticolazione (frumenti “nudi”) o disarticolarsi con facilità (frumenti “vestiti”).
Su ogni nodo del rachide è inserita una spighetta, che nel frumento è pluriflora. Il numero di spighette per spiga varia molto con la specie, la varietà e le condizioni di crescita: 20-25 può essere considerato il numero medio di spighette presenti sulla spiga delle attuali forme di frumento cresciute in buone condizioni; in cattive condizioni di coltura tale numero può essere anche molto inferiore.
Le spighette sono sessili, disposte sui nodi alternativamente sui lati opposti del rachide, quindi con disposizione distica. Ciascuna spighetta è formata dai seguenti elementi:
– Un paio di glume a forma di navicella, simmetriche, poste alla base;
– Una rachilla, asse molto raccorciato che porta i fiori alterni;
– I fiori, in numero da 3 a 7.
Ciascun fiore di frumento è racchiuso e protetto da due brattee paglione disuguali dette glumelle o glumette. La glumella inferiore, detta lemma, ha forma di navicella e accoglie il fiore nella sua concavità; la glumella superiore, o palea, chiude come un coperchio la lemma.
Le glumelle inferiori hanno aspetto e dimensioni molto simili alle glume, e sul dorso hanno una carenatura che termina in una punta o in una resta più o meno lunga. In base a quest’ultima caratteristica i frumenti si distinguono in mutici, senza resta, e aristati, con resta.
Nel frumento tenero sono comuni sia le forme mutiche che quelle aristate; i frumenti duri sono sempre forniti di lunghe reste, meno “aperte” che nel tenero e spesso pigmentate di scuro.
Nel frumento le spighette sono pluriflore: il numero dei fiori in ogni spighetta varia da tre a sette, però normalmente sono fertili solo i fiori basali: uno nel T. monococcum, due nel T. dicoccum, fino a 3-4 nei frumenti oggi coltivati.
In alcuni frumenti (duro es.) le glume sono carenate asimmetricamente in tutta la loro lunghezza, in altri (frumento tenero) la carenatura si limita alla sola parte superiore del dorso.
La spiga del frumento tenero vista in sezione è quadrata, mentre quella del frumento duro è compressa lateralmente.

Fiore.

Il fiore del frumento è ermafrodito ipogino e di struttura semplice: tre stami ed un carpello.
Gli stami hanno antere bilobate e filamenti sottili, brevi, che dopo la deiscenza del polline si allungano rapidamente.
Il gineceo è formato da un solo carpello con ovario obovato od obconico e un ovulo.
Alla base interna delle glumette vi sono due minute squame, le lodicole: dopo la fioritura, gonfiandosi rapidamente, fanno divaricare le glumette stesse che lasciano vedere gli stami e gli stigmi del fiore.

Biologia.

Il frumento è una pianta annuale (biennale in certe varietà) il cui ciclo può essere diviso in varie fasi: germinazione ed emergenza, accestimento, levata, antesi o fioritura, granigione.
Germinazione – Le cariossidi quando trovano acqua a disposizione l’assorbono in ragione del 40% del loro peso e se la temperatura e l’ossigenazione sono favorevoli il seme germina. La temperatura ottimale di germinazione è di 20 °C, ma di maggiore inte­resse pratico è la temperatura minima di germinazione. Il frumento, così come pure 1’orzo, l’avena e la segale (cereali microtermi), hanno temperature minime per la germinazione assai basse: circa 0°C; tuttavia è solo con temperature di 2-4 °C che la germinazione avviene con accettabile prontezza (15-20d) e regolarità.
Se la germinazione è troppo lenta ci sono pericoli di attacchi di parassiti vegetali (Fusarium, Gibberella, Pythium, ecc.). La germinazione avviene nel seguente modo. Per prima esce la radi­chetta embrionale centrale, poi il coleoptile, indi le altre radici primarie in numero di 3-5 (massimo 7). Se la semina è superficiale il coleoptile esce facilmente dal terreno. Se la semina, invece, è profonda (oltre 40 mm) il coleoptile non riuscirebbe ad emergere, essendo limitate le sue capacità di allungamento; per evitare ciò la pianta allunga il primo nodo del fusticino, il quale spinge in alto coleptile e fusticino portandoli a circa 10-20 mm dalla superficie: in tal modo l’emergenza della piantina è meglio assicurata. La semina profonda è deleteria per la pianta che cresce esile; se invece si semina troppo superficialmente, il seme può disseccarsi o essere predato. La profondità ottimale è di 20-30 mm.
Dopo l’uscita del coleoptile dal terreno (emergenza) la prima foglia lo rompe all’apice, uscendo, e si espande fino a raggiungere la sua dimensione normale; dopo di che esce la seconda foglia, poi la terza, e così via.
Accestimento – Il frumento, così come gli altri cereali del gruppo, è dotato della capacità di accestire, cioè di sviluppare altri germogli in aggiunta a quello primario che era formato già nell’embrione. Grazie all’accestimento il frumento riesce ad aggiustare la fittezza della copertura vegetale adeguandola alla disponibilità di spazio, e così a rimediare ad eventuali insufficienze o irregolarità di nascite.
A partire dallo stadio di 3-4 foglie si osserva che all’ascella della prima foglia si sviluppa un germoglio in tutto simile a quello primario; un altro né compare all’ascella della seconda foglia, e così via fino, al massimo, alla 41 foglia.
A questi germogli d’accestimento di 1° ordine possono aggiungersene altri di 2° ordine, o di ordine superiore, se dai loro nodi basali si sviluppano altri germogli con la stessa procedura. Non tutti i germogli di accestimento formano la spiga; alcuni, ad esempio quelli germogliati tardi, subiscono la competizione di quelli preesistenti a tal punto da ingiallire e disseccarsi precocemente.
Il grado d’accestimento è espresso dall’indice d’accestimento corri­spondente al numero di germogli fertili, cioè con spiga, per pianta.
L’accestimento, che va considerato come una ramificazione del culmo, si produce vicinissimo alla superficie del terreno in una zona del culmo detta «piano di accestimento».
Contemporaneamente all’accestimento caulinare e a partire dalla stessa zona del culmo si ha la emissione delle radici avventizie.
Tecnicamente l’optimum di fittezza di spighe alla raccolta va perseguito con una semina piuttosto fitta seguita da un moderato accestimento (non più di 2-3 spighe per pianta) per non avere divari di maturazione troppo marcati.
I fattori che promuovono l’accestimento del frumento sono i seguenti: profondità di semina non eccessiva, semina precoce, buone disponibilità nutri­tive (segnatamente di azoto), buon drenaggio del terreno, buon contatto del terreno con il piano di accestimento delle piantine (la rullatura, provocando una leggera rincalzatura, lo favorisce).
Viraggio – L’accestimento continuerebbe se l’apice caulinare restasse sempre allo stato vege­tativo seguitando così a differenziare sempre nuove foglie. Sennonché, sotto l’influenza di certe condizioni di temperatura e di fotoperiodo ad un certo momento si determina nella pianta la cosiddetta induzione o iniziazione fiorale a seguito della quale l’apice non differenzia più foglie, ma differenzia gli abbozzi delle future spighette. La prima manifestazione visibile dell’avvenuto passaggio della pianta dalla fase vegetativa a quella riproduttiva verrà chiamato per brevità viraggio.
Questo consiste nella comparsa di rigonfiamenti doppi sull’apice caulinare, visibili mediante sezionatura longitudinale del fusticino con una lametta e osservazione dell’apice con una buona lente: prima del viraggio si osservano rigonfiamenti semplici corrispondenti agli abbozzi delle foglie, mentre dopo il viraggio i rigonfiamenti sono doppi e corrispondono agli abbozzi delle spighette.
Nelle ordinarie condizioni di coltura il frumento passa alla fase riproduttiva dopo aver differenziato 7-9 foglie.
Il viraggio segna l’inizio della fase di organogenesi della infiorescenza: se questa fase avviene in non buone condizioni termiche e soprattutto nutritive le spighe differenzieranno un ridotto numero di spighette e di fiori per spighetta.
Per alcune varietà il viraggio è condizionato, oltre che dalle condizioni fotoperiodiche, dall’avere subito per qualche tempo lo stimolo di basse tempe­rature comprese tra 0° e 6°C (vernalizzazione).
Si hanno così le varietà autunnali (o non alternative) che, esigendo la vernalizzazione, sono biennali e devono essere seminate in autunno, e le varietà primaverili (o alternative) che possono essere seminate anche in prima­vera in quanto la fioritura è indotta prevalentemente dal fotoperiodo, senza bisogno delle basse temperature.
Con l’accestimento si determina il numero di spighe a m2, con il viraggio il numero dei fiori delle infiorescenze: sono queste le condizioni per predisporre i «depositi», cioè le cariossidi, nei quali i prodotti della fotosintesi si riverseranno e si accumuleranno dopo la fioritura durante la fase della granigione.
Levata – Dopo avvenuto il viraggio, ma solo quando la temperatura dell’aria raggiunge 10 °C, le piante iniziano la fase di levata: i nodi che finora erano a distanza estremamente raccorciata iniziano a distanziarsi mediante la proliferazione del tessuto meristematico che è alla base di ciascuno di essi. L’inizio della levata è una fase fenologica piuttosto importante e si suole identificare con il momento in cui sezionando con una lametta il culmo si trova l’apice distanziato di 10 mm dal piano di accestimento. Prima si allunga l’internodo più basso, poi, quando questo è quasi completamente sviluppato, inizia ad allungarsi il secondo, e così via.
Quando tutti gli intrepido più bassi si sono sviluppati ed è in corso l’al­lungamento solo dell’ultimo, la spiga, ormai già completamente formata, viene spinta attraverso la guaina dell’ultima foglia determinandovi un caratteristico ingrossamento: si ha allora lo stadio della botticella. Pochi giorni dopo segue l’uscita della spiga (spigatura), e dopo altri 5 o 6 giorni si ha la fioritura, stadio a cui la pianta ha raggiunto la sua massima altezza.
Mentre durante l’accestimento la pianta è poco sensibile ai freddi diventa molto sensibile dopo la levata. È nel corso della levata che si sviluppano e si espandono le foglie più importanti ai fini della produzione di granella: le foglie apicali. È dalle condi­zioni ambientali, soprattutto di nutrizione, in questo periodo che dipende l’ampiezza, la funzionalità e la durata funzionale dell’apparato assimilatore. In questo periodo ogni mezzo va messo in atto che favorisca lo sviluppo di foglie ricche di clorofilla e di carbossilasi (i principali protagonisti della fotosintesi), ampie, capaci di rimanere verdi e funzionanti a lungo.
Nella fase di levata il consumo idrico della pianta così come l’assorbi­mento di sostanze minerali raggiungono un valore molto elevato.
Cinque o sei giorni dopo la spigatura se si aprono le glumelle che racchiudono il fiore si osservano gli stami gialli e maturi e l’ovario ingrossato sormontato da uno stigma piumoso.
È il momento della fecondazione. Questa nel frumento è normalmente autogama, anzi cleistogama in quanto avviene a fiore chiuso, con il polline che feconda l’ovario dello stesso fiore.
La fecondazione può essere ostacolata se la temperatura scende sotto 15 °C con il risultato che le spighe alla raccolta presentano cariossidi mancanti.
Alcune ore dopo che è avvenuta la fecondazione dalle glumelle fuoriescono le antere ormai quasi vuote: questa fase che in realtà è di sfioritura spesso è detta impropriamente fioritura.
In ogni spiga la fioritura inizia dalle spighette mediane della spiga e procede verso l’alto e verso il basso. Nell’ambito di ciascuna spighetta il primo a fiorire è il fiore più basso, seguito nell’ordine dai fiori superiori. Sono neces­sari 2-3 giorni per la fioritura completa di una spiga. In una coltura di buona uniformità la fioritura si compie in un arco di 4-6 giorni in condizioni normali, di più (10-12 giorni) se la temperatura è bassa.
È alla fioritura che si determina il numero di cariossidi per spiga, attra­verso la percentuale di allegagione dei fiori che si erano formati.
Maturazione – Dopo la fecondazione l’ovulo fecondato inizia subito il processo di embriogenesi, mentre il sacco embrionale solo qualche giorno dopo inizia a cellularizzarsi per dar luogo all’endosperma, che è il tessuto sede dell’accumulo dei gra­nuli di amido. In un primo tempo questi granuli di amido sono pochi e sospesi nel succo cellulare: a questo punto si ha la fase di maturazione lattea, così detta perché il granello se schiacciato, dà un liquido bianco lattiginoso, appunto costituito dal succo cellulare con sospesi i granuli di amido.
Successivamente le cariossidi iniziano ad ingiallire, così come le lamine fogliari, mentre restano verdi le guaine; i chicchi per il progressivo accumulo di amido acquistano una consistenza pastosa sotto le dita: è questa la fase di maturazione cerosa alla quale il contenuto di acqua della granella è del 40-45%.
Col procedere della maturazione i granuli di amido finiscono per riem­pire completamente le cellule dell’endosperma il cui citoplasma e nucleo si disorganizzano finendo per inglobare e cementare in una matrice proteica (glutine) l’amido stesso, la pianta è ingiallita quasi completamente e resta verde, per poco tempo ancora, solo l’ultimo nodo; la cariosside si lascia appena incidere con l’unghia e il suo tenore d’acqua è intorno al 30%. È questa la matura­zione fisiologica o maturazione gialla, importante perché da questo momento in poi non si ha più accumulo di sostanze di riserva, ma solo perdita d’acqua.
Quando la pianta è completamente gialla e la granella ha un contenuto d’acqua non superiore al 13% si ha la maturazione piena: in questo momento è possibile iniziare la mietitrebbiatura. Infatti solo con umidità inferiore al 12­-13% la granella può essere immagazzinata senza pericoli per la sua conservazione. La maturazione di morte si ha quando la pianta, restando ancora in campo, in piedi, diventa troppo secca, fragile, con le glume e le glumelle che si staccano e le cariossidi che cadono con estrema facilità. L’umidità della granella è intorno al 10%. Ovviamente la raccolta in questo periodo porta a gravi perdite di prodotto.

Esigenze ambientali

Il frumento dal punto di vista fotoperiodico è specie longidiurna, che avvia i processi di iniziazione fiorale nella stagione in cui i giorni si allungano rapidamente.
Il frumento sotto l’aspetto termico è una specie microterma che non necessita di alte temperature per crescere, svilupparsi e produrre. Per questi motivi il frumento viene coltivato tra 30 e 60 latitudine N e 25° latitudine S.
Nei climi mesotermi dove l’inverno è sufficientemente mite, è coltivato in semina autunnale e raccolto a fine primavera. Nelle regioni a clima microtermo (alte latitudini ad esempio, Scandinavia, Canada; ecc., o montagna) si semina a fine inverno e si raccoglie in estate avanzata.
Basse temperature. Le temperature critiche minime sono quelle che provocano danni irreparabili alle piante di frumento e ne limitano le possibilità di semina autunnale; esse variano molto secondo diversi fattori.
– Secondo lo stadio di sviluppo della pianta;
– Secondo la specie e la varietà.
Alte temperature. Gli eccessi di temperatura sono pericolosi nella fase di granigione, in quanto accentuano l’evapotraspirazione e provocano un forte calo dell’assimilazione netta. Un caso limite piuttosto grave, che talora si verifica nelle regioni meridionali (Sicilia e Puglia) è rappresentato dalla <stretta del caldo> quando temperature elevate (oltre 30°) sono accompagnate da venti sciroccali caldi e secchi e colgono la coltura del frumento in fase di maturazione lattea, si determina uno stress idrico irreversibile che si manifesta con l’appassimento permanente delle cariossidi che in conseguenza restano piccole e striminzite con grave pregiudizio per la produzione che risulta scarsa e di cattiva qualità.
Acqua. Dopo la temperatura il fattore climatico più importante ai fini della distribuzione geografica e della produttività della coltura del frumento è l’acqua a disposizione.
La siccità alla semina è un ostacolo in certe regioni della terra caratterizzate da clima ad autunno e inverni secchi. In Italia questo è eccezionale perché la piovosità nel clima mediterraneo è concentrata in autunno-inverno.
Ciò fa sì che le fasi di semina, emergenza e accestimento avvengano in un periodo in cui l’acqua non fa difetto, ma in cui semmai sono da temere gli inconvenienti causati dagli eccessi di precipitazioni.
Dalla levata alla fioritura si hanno consumi d’acqua via via più forti sia per il regime crescente delle temperature sia per la progressiva rapida espansione della copertura vegetale. Tuttavia le piogge del periodo e le riserve idriche del terreno in genere bastano a evitare danni da siccità in questa fase.
La fioritura è ostacolata da andamento stagionale freddo e piovoso che può abbassare la percentuale di allegagione.
È nella fase di granigione che le disponibilità idriche giocano un ruolo determinate sul livello di produzione della coltura. Deficienza idrica in questa fase si traduce in decurtazione della produzione di granella per diminuzione della assimilazione netta e per accorciamento della fase di “riempimento” che portano alla formazione di granelli più piccoli, non riempiti al massimo. Dove la deficienza idrica in questo periodo è molto frequente e marcata, le rese sono limitate e variabili da un anno all’altro; è questo il caso delle regioni meridionali e insulari. Le produzioni sono molto più alte e costanti nelle regioni settentrionali dove la deficienza idrica durante la granigione si verifica di rado e moderatamente.
Inumidimenti ripetuti della granella nella fase di essiccazione, dopo la maturazione fisiologica, provocano la bianconatura delle cariossidi del frumento duro.
Dopo la raccolta, piogge prolungate possono provocare la germinazione della granella nei covoni, almeno nelle varietà che non manifestano la dormienza dei semi.
Le semine autunnali sono da preferire a quelle primaverili perché con quest’ultime il ciclo del frumento si conclude più tardi e quindi in condizioni di deficienza idrica più frequente e più grave.
Neve. La copertura nevosa è un’efficace protezione del frumento dai geli invernali. E’ solo alla copertura nevosa che in paesi nordici le colture resistono ai geli fin di -29 °C.
Una copertura nevosa molto prolungata peraltro, espone il frumento a pericolosi attacchini Fusarium nivale.
Umidità relativa. L’umidità relativa dell’aria può agire in maniera non trascurabile sulla produzione del frumento nella fase terminale del ciclo: la nebbia favorisce l’insorgere di infezioni crittogamiche fogliari.
Vento. Il vento è dannoso in quanto può provocare l’allettamento, cioè il coricamento della coltura, ciò specialmente quando esso è accompagnato da piogge intense
In Italia schematicamente possiamo riconoscere due zone cerealicole estreme:
– L’Italia settentrionale caratterizzata da temperature invernali molto basse, piovosità abbondante e regolare, produzioni molto alte come quantità, mediocri per qualità.
– L’Italia meridionale e insulare con inverni miti, eccessi termici frequenti in primavera estate, piovosità primaverile estiva deficiente e irregolarissima, rese modeste molto variabili da un anno all’altro.
– Situazione intermedia si trova nell’Italia centrale.
Terreno I terreni che meglio si adattano al frumento sono quelli di tessitura da media a pesante, di buona struttura, ben sistemati idraulicamente, poiché il frumento teme molto i ristagni di umidità: ideali le terre nere, o cernosem.

Varietà

Le moderne varietà di frumento tenero sono il frutto di un continuo lavoro di miglioramento svolto facendo ricorso prevalentemente all’incrocio intervarietale, con lo scopo di perfezionare al massimo le caratteristiche importanti ai fini dell’aumento di produttività e qualità.
– Precocità. La precocità è stata estremamente vantaggiosa perché anticipando la conclusione del ciclo ha consentito di sfuggire ai pericoli delle siccità e delle ruggini termofile (r.nera e r. bruna). Tuttavia la precocità non può essere spinta oltre certi limiti perché comporta aumento della sensibilità al freddo e alle brinate primaverili.
– Resistenza all’allettamento. E’ realizzata abbassando l’altezza delle piante sfruttando geni “nanizzanti” che riducono la lunghezza degli internodi dei culmi senza ridurne il numero.
– Resistenza al freddo. La disponibilità di varietà sempre più resistenti al freddo ha ridotto il pericolo di mortalità invernale e addirittura ha consentito di passare alla semina autunnale in regioni dov’era tradizionale la semina primaverile.
– Resistenza alle malattie. La resistenza o la tolleranza genetica alle avversità crittogamiche è la via migliore per evitare le perdite di produzione da queste causate senza dover ricorrere a trattamenti con fitofarmaci.
– Qualità di granella. Le attuali varietà son ben caratterizzate per la loro risposta alle varie utilizzazione del frumento tenero.
Nel frumento tenero grande importanza ha l’attitudine alla panificazione, cioè l’attitudine di una farina a fare un pane di buona qualità.

Tecnica colturale

La coltivazione del frumento trae notevoli vantaggi dall’avvicendamento colturale. Sono buone precessioni colturali il mais, la bietola, il pomodoro, la patata, il girasole, la fava, il cotone (anche il riso che lascia il terreno sgombro da infestanti) perché il frumento è in grado di utilizzare molto bene il residuo di fertilità lasciato nel terreno da tali colture, meglio comunque se non si tratta di altri cereali. Esso invece non è la coltura migliore per utilizzare l’elevata fertilità lasciata dai prati pluriennali (leguminose e graminacee). Nelle zone aride è tradizionale la successione del frumento al maggese che mineralizza il terreno con sostanza organica e lo arricchisce di acqua. La successione ad una coltura da rinnovo inoltre permette una lavorazione meno profonda del terreno.

Preparazione del terreno.

I lavori preparatori hanno lo scopo di preparare un appropriato letto di semina e di creare migliori condizioni di abitabilità per la coltura.
Tradizionalmente le lavorazioni preparatorie per il frumento sono le seguenti:
– trinciatura dei residui della coltura precedente;
– aratura, con rovesciamento completo della fetta, a 0,35-0,45 m di profondità;
– affinamento superficiale con successivi passaggi di estirpatore o di erpici divario tipo; non è necessario uno sminuzzamento molto spinto: una leggera zollosità non pregiudica la germinazione e riduce i rischi di formazione di crosta nei terreni limosi in caso di piogge battenti dopo la semina.
Il tempo disponibile per eseguire la sequenza di lavorazioni necessarie per la semina del frumento in ottobre-novembre, varia con la successione col­turale, ossia con la data alla qual è raccolta la coltura precedente. Come regola generale prima si ara, meglio è. Il tempo per le lavorazioni dunque sarà: da luglio in poi dopo frumento, colza, fava e pisello; da settembre dopo gira­sole e barbabietola; da ottobre dopo mais, sorgo e tabacco.
«Arrabbiaticcio». La lavorazione del terreno dovrebbe essere fatta con terreno in tempera, spesso, però, capita di dover arare terreno troppo bagnato o troppo secco. Ciò che va evitato è di lavorare quando il terreno è bagnato in superficie e asciutto sotto: mescolando con l’aratura questi due strati si incorre nel fenomeno detto arrabbiaticcio o caldafredda o verdesecca, partico­larmente deleterio per il frumento. La esatta natura del fenomeno è scono­sciuta, ma si traduce in forte carenza di azoto e in gravi infestazioni di erbacce, soprattutto papaveri, per cui il frumento cresce stentatissimo.
Nuove prospettive. In fatto di preparazione del terreno per il frumento si stanno diffondendo tec­niche nuove, consistenti nella riduzione o addirittura la eliminazione delle lavo­razioni, mirate a realizzare risparmi energetici oltre che conseguire vantaggi agronomici ed ecologici (miglioramento del terreno, riduzione dell’erosione).
Queste tecniche di «lavorazione ridotta» consistono nei tre casi seguenti: aratura leggera, lavorazione minima, non lavorazione.
– Aratura leggera. La profondità di aratura adottata in Italia non trova riscontro in nessun’altra agricoltura: per il frumento la profondità più usuale di aratura è intorno a 0,15-0,25 m. Pur se resta da verificare la applicabilità di questa tecnica alle condizioni di terreno e di clima del nostro Paese, è molto verosimile che in molti casi si possa ridurre la profondità di lavorazione senza conseguenze negative, dato che in molti casi non esistono giustificazioni agrono­miche del loro approfondimento che, anzi, spesso è da considerare eccessivo.
– Lavorazione minima («minimum tillage»). Si tratta di fare, come unica lavorazione, quella idonea a disgregare il terreno superficialmente giusto quel tanto (50-100 mm) che basta a far funzionare regolarmente le normali seminatrici.
Questa tecnica si presta bene nel caso che il frumento segua una col­tura che lascia il terreno mondo da erbacce e con poca massa di residui.
Ottimi risultati tecnici ed economici si sono cominciati ad ottenere anche in Italia dopo girasole, barbabietola, soia, colza, patata e mais (specialmente da insilamento). Gli attrezzi idonei per preparare il letto di semina possono essere i più vari: estirpatore, erpice frangizolle a dischi, zappatrice rotativa, erpici a denti elastici, erpici ruotanti. Caso per caso va scelto l’attrezzo più idoneo a produrre l’effetto desiderato.
Una forma particolare di lavorazione minima è quella che fa ricorso all’accoppiamento di una seminatrice all’attrezzo di lavorazione (erpice ruo­tante, fresatrice).
Con la lavorazione minima i tempi di lavorazione e di semina si ridu­cono moltissimo.
– Non lavorazione. La tecnica della «non lavorazione» (inglese: no til­lage, zero tillage o direct drilling) è indicata anche con il termine di «semina diretta» (traduzione di «direct drilling»): questa dizione è di dubbia correttezza e precisione, potendo essere interpretata come la tecnica d’impianto alterna­tiva al trapianto che si pone per molte piante ortensi.
La non lavorazione consiste nel seminare il cereale su un terreno al quale non è stata fatta nessuna lavorazione. Si deve disporre di una semina­trice speciale, adeguatamente pesante e fatta in modo da fendere il terreno in corrispondenza di ogni elemento seminatore. I residui della coltura prece­dente, debitamente trinciati, restano in superficie a costituire una specie di pacciamatura. Se ci sono infestanti, si deve ricorrere a un trattamento chimico disseccante privo di effetto residuale.
Si prestano bene alla non lavorazione le stesse colture dopo le quali è possibile la lavorazione minima.
Sistemazione idraulica del terreno. La preparazione del terreno deve essere completata con opere atte ad evitare l’erosione in collina e ad assicurare la rapida evacuazione delle acque saturanti in pianura.
In collina vanno aperti solchi livellari anche temporanei, mentre in pia­nura i campi devono essere delimitati da fosse di scolo non troppo distanti e ben tenute, e baulati per favorire il deflusso delle acque superficiali verso le scoline stesse.
La rete scolante è troppo spesso trascurata: ciò è deplorevole perché causa gravi decurtazioni di resa. Infatti il frumento soffre in modo particolare dei ristagni d’acqua: è attaccato dal mal del piede che in ambiente asfittico prospera; le infestazioni di erbacce sono più intense; il radicamento è ostaco­lato; la nitrificazione langue mentre la denitrificazione si intensifica; in certe annate la semina è ritardata o impossibile in campi mal sistemati.

Semina.

Scelta della semente. Uno dei cardini del successo della coltivazione è la scelta di semente idonea sia dal punto di vista genetico (varietà) che agronomico (purezza, germinabilità).
Buona regola per un’azienda è di evitare sia di affidarsi a una sola varietà sia di coltivarne un numero esageratamente alto.
Le varietà vanno scelte sulla base dell’esperienza passata, ma senza trascurare la cauta prova e la graduale introduzione delle novità varietali più promettenti, senza di che nessun progresso vi sarebbe.
Molto utili risultano le liste di varietà raccomandate sulla base dei risultati di prove sperimentali regionali così come sarebbe molto utile che le organizzazioni professionali dei produttori, per evitare un’eccessiva frammen­tazione, pianificassero a livello comprensoriale i programmi di semina e di rac­colta in modo da realizzare «stocks» omogenei delle varietà più richieste dagli utilizzatori.
Una volta scelte le varietà va ricercata la semente di qualità. Requisiti del frumento destinato alla semina sono: purezza specifica non inferiore al 98%; germinabilità minima: 85%; immunità da parassiti (carie, Claviceps); assenza di semi di erbe infestanti (non più di 10 semi in 500 grammi e zero semi di avena selvatica e Lolium temulentum).
Per quanto riguarda la purezza varietale il mercato offre tre tipi di seme:
– seme di base (limite minimo di purezza varietale 99,9%),
– seme certificato di la riproduzione (99,7%),
– seme certificato di 2° riproduzione (99,0%).
Le due prime categorie consentono di produrre frumento da seme seguendo le direttive e i controlli dell’Ente preposto alla certificazione delle sementi (Ente Nazionale Sementi Elette, ENSE).
Essendo una pianta strettamente autogama e le varietà odierne essendo delle linee pure, il frumento prodotto in azienda potrebbe essere reim­piegato come seme; però in un’agricoltura avanzata il seme certificato del commercio dovrebbe essere preferito al seme riprodotto in azienda per la innegabile migliore qualità di quello: garanzie di purezza genetica, agronomica e igienica, che solo grandi impianti industriali possono garantire con adeguati macchinari per la cernita e la concia della semente.
Quantità di seme. Il frumento è pianta a «fittezza elastica» nel senso che con l’accestimento può compensare ampie differenze di fittezza iniziale. Ciò è provvidenziale perché ad esempio in caso di semine mal riuscite che hanno prodotto nascite molto scarse (esempio: 100 piante per m2) grazie ad un accestimento molto spinto si può avere un’accettabile copertura di culmi-spiga. Però in condizioni normali si ritiene con­veniente realizzare fittezze iniziali piuttosto alte per limitare l’accestimento.
Prassi assodata è di porsi come obiettivo 300 piante nate dalla semina che poi con un moderato accestimento formeranno una copertura di 5-600 spighe per m2, indicativamente.
In condizioni medie (buon valore reale della semente, buona prepara­zione del terreno e tempestiva epoca di semina) si può considerare che per avere 300 piante nate a m2 siano necessarie e sufficienti 400-450 cariossidi a m2 pari a 160-180 kg/ha di semi aventi un peso medio di 40 mg. Dosi raccomanda­bili sono quindi 160-180 kg/ha per semine d’autunno tempestive in buone con­dizioni; con semine ritardate la quantità di seme va aumentata indicativamente di 1 kg per ettaro per ogni giorno di ritardo. Nel caso di semine di fine inverno non si può far conto sull’accestimento, per cui le quantità di seme vanno forte­mente aumentate, fino anche a 300 kg ad ettaro.
Spesso si vedono impiegate quantità di seme molto superiori ai valori indicati, nell’intento di avere garantito l’investimento voluto. Questo è un modo sbagliato, perché per garantire nascite regolari è meglio curare la prepa­razione del letto di semina e l’esecuzione della semina che tentare di ripararne i difetti aumentando la quantità di seme.
Epoca di semina. In Italia l’epoca normale di semina del frumento è l’autunno inoltrato, e la data media in cui la semina può essere fatta è tanto più anticipata quanto maggiore è la latitudine o l’altitudine.
L’epoca ottimale di semina è quella che dà il massimo di garanzia che all’arrivo dei freddi invernali le piantine di frumento abbiano raggiunto e non superato lo stadio di 3 foglie, stadio al quale la resistenza al freddo raggiunge il suo massimo.
La semina non deve essere né troppo anticipata né troppo ritardata.
Con semina troppo anticipata, nel caso di un autunno a lungo mite la col­tura potrebbe essere indotta ad uno sviluppo vegetativo eccessivamente rigo­glioso prima dell’arrivo dei freddi invernali, che la coglierebbero in uno stato di vulnerabilità. Particolarmente esposte a questo rischio sono le varietà alternative.
Con semine troppo ritardate la germinazione e le nascite sono rallen­tate dalle basse temperature e, nel caso di gelate precoci, queste potrebbero cogliere la coltura nella fase di emergenza, quando le plantule hanno una limi­tata resistenza al freddo.
Nelle regioni settentrionali la semina in pianura inizia a metà ottobre, nell’Italia centrale ai primi di novembre, nel Meridione nella seconda metà di novembre. Le semine si anticipano procedendo dalla pianura alla montagna. In ogni ambiente l’esperienza locale dà buone e sicure informazioni.
Periodo utile per la semina.
Un elemento importante in una grande azienda per organizzare il lavoro e otti­mizzare l’uso dell’attrezzatura aziendale necessaria è il periodo utile per la semina: questo può protrarsi per 20-30 giorni senza apprezzabili conseguenze sulla coltura, se non un lieve ritardo nella fioritura e nella maturazione.
Semina primaverile – La semina primaverile del frumento in Italia è eccezionale, come rimedio di emergenza quando la semina autunnale sia stata impossibile o sia fallita. Queste semine «primaverili» (o di fine inverno) si fanno verso la fine di gennaio nel Sud, in febbraio-marzo al Nord.
Le rese di queste colture sono sempre più basse e aleatorie di quelle autunnali perché il ritardato ciclo di sviluppo le espone maggiormente al rischio della deficienza idrica nella fase finale.
Per queste semine ritardate è necessario impiegare solo le varietà alterna­tive, che non hanno bisogno di vernalizzazione. Poiché in Italia la semina normale è quella autunnale con impiego indifferente di varietà alternative e non alternative, non sempre delle varietà si conoscono queste loro caratteristiche.
Concia della semente. Il seme dovrebbe sempre essere trattato («concia») con polveri a base di fungi­cidi organici che assicurino una buona protezione dalla carie e da altri funghi.
È molto importante che il trattamento al seme sia ben fatto: la concia umida («slurry») fatta da ditte sementiere specializzate è da preferire a quella polverulenta, la sola fattibile nelle aziende agrarie.
Distribuzione del seme. La semina è fatta a file con seminatrice «universale» e richiede una buona pre­parazione del terreno che non lasci zolle grosse tanto da non passare tra gli elementi seminatori.
Distanza tra le file
Le file sono semplici, distanti da 0,14 a 0,18 m, con media intorno a 0,15 m. Le distanze maggiori sono adottate nei terreni con problemi di struttura dei quali è difficile l’affinamento.
Una tecnica di semina che in passato ha avuto una certa diffusione perché agevola la sarchiatura manuale è quella a righe binate anziché semplici: 0,10 m tra le due file della Tina, 0,30 m tra le bine. Nel caso di agricoltura biolo­gica, dove non è ammesso l’uso di diserbanti, la sarchiatura meccanica potrebbe essere resa possibile da semine a file largamente spaziate o a bande di file strette separate da spazi larghi, secondo le esigenze della macchina sar­chiatrice.
Profondità. La profondità di semina è molto importante: essa deve essere compresa tra 20 e 50 mm: la norma è 30-40 mm aumentabili a 40-50 mm al massimo nel caso di terreni sciolti e asciutti, riducibili a 20-30 mm in terreni limosi o argillosi bagnati.
Un grave e comunissimo errore è di deporre i semi troppo in profon­dità: da tali semi si originano piante che stentano ad emergere (e spesso non vi riescono), restano per tutta la loro vita stentate, con ridotto accestimento e limitato sviluppo fogliare o radicale.
Seminatrici
La semina del frumento si fa con seminatrici trainate o semiportate che sono di due tipi:
· con distribuzione a gravità, per cilindri scanalati (seminatrici universali);
· con distribuzione pneumatica, più veloci.
Le seminatrici trainate hanno una larghezza variabile da 1,5 a 4 metri e una velocità di lavoro di 4-8 km/h. Quelle semiportate vanno da 2 a 6 metri di larghezza e consentono velocità superiori alle precedenti: 6-10 km/h. Le semi­natrici pneumatiche semiportate lavorano bene anche con velocità superiori (10-12 km/h).
Nel calcolare la capacità di lavoro oraria si tenga conto dei tempi di rifornimento che, con la migliore organizzazione possibile, rappresentano il 10­-15% del tempo totale.
Per la semina «diretta» (senza lavorazione alcuna) sono state realizzate seminatrici speciali, di struttura, peso e robustezza tali da poter seminare su terreno sodo.
Consociazione. Per definizione, la consociazione è la coltura contemporanea di due o più specie sulla stessa unità colturale. In passato o in regioni ad agricoltura primi­tiva erano frequenti consociazioni permanenti di segale, lenticchie, ecc. col frumento o la consociazione temporanea di essenze da prato (erba medica, trifoglio, sulla, lupinella) traseminate nel cereale in autunno o più spesso in primavera con la tecnica detta della «bulatura». L’impiego dei diserbanti e l’uso di forti dosi di azoto rendono la bulatura poco praticabile o addirittura impossibile.

 

Fonte:  http://www.agraria.org/coltivazionierbacee/granotenero.htm